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Operazione KillSwitch: Europol smantella KillSec, la gang ransomware guidata da un sedicenne

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Il 30 settembre ed Eurojust hanno coordinato l’Operazione KillSwitch, un blitz simultaneo in quattro paesi europei contro , una delle gang ransomware-as-a-service più prolifiche degli ultimi due anni. Il colpo di scena è nel profilo dei fermati: secondo gli inquirenti, a capo dell’organizzazione criminale c’era un sedicenne, affiancato da uno sviluppatore diciottenne che era minorenne per gran parte del periodo in cui l’infrastruttura veniva costruita. Un dettaglio che ridisegna, ancora una volta, l’anagrafica del contemporaneo.

Da hacktivisti a Ransomware-as-a-ServiceKillSec non nasce come operazione ransomware. Il brand emerge nel 2023 nell’orbita dell’hacktivismo filo-ideologico, con defacement e attacchi a sfondo politico, prima di virare decisamente verso il cybercrime a scopo di lucro nel corso del 2024. La svolta commerciale è netta: il gruppo adotta un modello RaaS classico, recluta affiliati su forum underground chiedendo loro una reputazione consolidata oppure un deposito di 1.000 dollari, e trattiene il 20% dei proventi di ogni riscatto pagato dalle vittime. A fine 2024 viene rilasciata la versione 2.0 del toolkit, con supporto esteso agli host ESXi: la variante è in grado di arrestare le macchine virtuali in esecuzione, cancellare gli snapshot e ripulire i log di sistema prima della cifratura, una scelta tecnica che negli ultimi anni è diventata uno standard de facto tra gli operatori RaaS più aggressivi, da /#ALPHV in poi. Da gennaio 2025 KillSec apre ufficialmente il programma di affiliazione, segnando l’ingresso a pieno titolo nell’ecosistema delle gang “enterprise” che hanno fatto della doppia il loro modello di business.

L’operazione KillSwitchL’indagine, coordinata dalle autorità tedesche e avviata agli inizi del 2025, ha coinvolto forze di polizia di Belgio, Finlandia, Germania, Grecia, Paesi Bassi, Romania, Spagna, Svizzera, Regno Unito e Stati Uniti, con il supporto di Europol, Eurojust e dei partner privati Group-IB e Bitdefender. Il 30 settembre l’operazione è culminata in otto perquisizioni simultanee in Spagna, Grecia, Romania e Regno Unito, con tre fermi. Gli investigatori hanno sequestrato cinque server centrali dell’infrastruttura RaaS, bloccato l’accesso a oltre 110 terabyte di dati esfiltrati dalle vittime e preso il controllo del sito di leak sul dark web usato per le minacce di pubblicazione. Sono stati inoltre congelati i proventi in criptovaluta riconducibili al gruppo.

Il profilo degli arrestatiIl dato più controverso riguarda l’età dei vertici dell’organizzazione. Il presunto capo della gang avrebbe 16 anni; l’identità non è stata resa pubblica proprio in ragione della minore età. Lo sviluppatore che si occupava dell’infrastruttura tecnica ha compiuto 18 anni ad agosto 2026, ma secondo gli inquirenti era ancora minorenne quando ha scritto gran parte del codice usato negli attacchi. Agli arresti si aggiungono un negoziatore, incaricato dei contatti con le vittime per la trattativa del riscatto, e un affiliato. Le autorità non escludono che il gruppo fosse più ampio e che altri attori nella catena di affiliazione debbano ancora essere identificati: le indagini proseguono.

Vittime e impattoSecondo le stime di Group-IB, KillSec avrebbe rivendicato circa 1.000 attacchi a livello globale nell’arco di due anni, con un tasso di successo stimato attorno al 50%; 274 le vittime confermate in modo indipendente. La distribuzione geografica vede gli Stati Uniti in testa con il 35% dei bersagli, seguiti da India (17%) e, a pari merito al 3%, Brasile, Regno Unito, Australia e Colombia. In Germania sono stati censiti 70 attacchi, 18 dei quali concentrati nella sola Amburgo. Tra i settori colpiti spiccano servizi professionali, tecnologia, sanità e finanza, con vittime di peso che includono una grande compagnia assicurativa, società di investimento e un’app di consumo con milioni di utenti attivi. Il CEO di Group-IB ha sintetizzato la postura del gruppo in una dichiarazione netta: gli affiliati di KillSec hanno colpito “le organizzazioni da cui le persone dipendono di più: ospedali, enti governativi e istituti finanziari”.

Vettori d’accesso e uso dell’intelligenza artificialeSul piano tecnico, KillSec non si è mai distinto per exploit particolarmente sofisticati: l’accesso iniziale alle reti vittima avveniva prevalentemente tramite vulnerabilità software note e non patchate, oltre a configurazioni di storage cloud mal protette, tipicamente bucket esposti o credenziali deboli su piattaforme SaaS. Il vero elemento distintivo, secondo quanto emerso dalle indagini, è stato l’impiego dell’intelligenza artificiale non per scrivere malware più evasivo, ma come moltiplicatore operativo: automazione della manutenzione dell’infrastruttura RaaS e supporto nella ricognizione e selezione dei potenziali bersagli. È un pattern che gli analisti osservano sempre più spesso anche in gruppi di fascia media: l’IA generativa abbassa la barriera d’ingresso tecnica, permettendo a operatori con competenze limitate — in questo caso letteralmente adolescenti — di gestire operazioni criminali di scala industriale.

Due righe per i difensoriOperation KillSwitch conferma un trend che i CISO dovrebbero già avere in cima alla lista delle priorità: la maggior parte delle intrusioni ransomware di fascia media continua a passare da vulnerabilità note non patchate e da configurazioni cloud lasciate aperte, non da zero-day costosi. Per le organizzazioni esposte, le contromisure restano quelle consolidate ma spesso disattese: patching tempestivo dei sistemi esposti su internet, audit periodico delle configurazioni di storage cloud (bucket S3/Azure Blob, permessi di condivisione), segmentazione delle reti per limitare il movimento laterale verso gli host di virtualizzazione ESXi, backup offline testati e immutabili, e monitoraggio dei leak site del dark web per rilevare precocemente eventuali rivendicazioni. Il sequestro dei 110 TB di dati rubati, inoltre, non elimina il rischio per le vittime storiche: una parte di quei dati potrebbe già essere stata copiata o rivenduta prima del takedown, motivo per cui le organizzazioni che sospettano di essere state colpite da KillSec dovrebbero comunque attivare le procedure di notifica e monitoraggio previste dal GDPR.

In sintesiGruppo: KillSec, da hacktivismo (2023) a RaaS (2024-2026)

Operazione: KillSwitch, coordinata da Europol/Eurojust, guidata dalla Germania

Esito: 3 fermi, 8 perquisizioni in Spagna, Grecia, Romania, UK; 5 server e 110 TB di dati sequestrati

Vittime: ~1.000 attacchi rivendicati, 274 confermate, USA e India i paesi più colpiti

Vettori: vulnerabilità note non patchate, cloud storage mal configurato

Particolarità: presunto leader 16enne, sviluppatore minorenne durante parte degli attacchi, uso di IA per infrastruttura e targeting

Indicatori operativi (Operazione KillSwitch / KillSec RaaS)

  • Modello: Ransomware-as-a-Service, doppia estorsione
  • Target VM: VMware ESXi (shutdown VM, delete snapshot, log wiping)
  • Vettori iniziali: CVE note non patchate, cloud storage/bucket mal configurati
  • Affiliazione: quota 20% al core team, ingresso con deposito $1.000 o reputazione forum
  • Infrastruttura sequestrata: 5 server centrali, sito leak dark web, 110 TB di dati
  • Agenzie coinvolte: Europol, Eurojust, Group-IB, Bitdefender, autorità DE/BE/FI/GR/NL/RO/ES/CH/UK/US

#infosec #cybercrime #ransomware #darkweb #criptovalute #europol #killsec #raas

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: essere nel campo cybersec ha un vantaggio che nessuno mette negli annunci di lavoro: su Telegram sei desideratissima 🤣

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: essere nel campo cybersec ha un vantaggio che nessuno mette negli annunci di lavoro: su Telegram sei desideratissima 🤣

Segui canali di , mercatini di dati rubati, venditori di accessi aziendali, tutta gente che potrebbe spiegare al commercialista cosa fa soltanto in presenza di un avvocato.

Poi arrivano loro. Le signorine. I bot russi. O presunti tali: la foto di una bionda e due righe in cirillico non costituiscono un’attribuzione - e io non conosco la lingua!
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ShinyHunters buca il leak site di Clop e minaccia di estorcere gli estorsori

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Nella notte tra venerdì e sabato, il data leak site di , uno dei gruppo [

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Nella notte tra venerdì e sabato, il data leak site di , uno dei gruppo ransomware più letali degli ultimi ann, è stato violato e “defacciato”. Non da una task force internazionale, non da un vendor di , ma da un’altra gang di : . Il collettivo ha caricato un file beffardo, poi ha sostituito l’intera pagina con l’ASCII art di Umbreon, la sua firma storica, accompagnata dal messaggio “rooting your systems since ’19 ;)”. Ora minaccia di pubblicare i dati sottratti se Clop non pagherà entro 72 ore. È la fotografia più nitida di quanto l’ecosistema del sia oggi attraversato da faide interne, e di quanto anche gli estorsori professionisti possano avere un’igiene operativa sorprendentemente fragile.

Due nomi pesanti dell’undergroundClop (o ) è attivo almeno dal 2019 e si è costruito una reputazione specifica: colpire non tramite ransomware “spray and pray”, ma sfruttando zero-day in software enterprise ampiamente diffusi, da Accellion FTA a Transfer, da GoAnywhere MFT fino, più recentemente, alla campagna del 2025 contro Oracle E-Business Suite (CVE-2025-61882), che ha coinvolto centinaia di aziende in tutto il mondo. ShinyHunters, dal canto suo, è un nome noto ai nostri lettori: nato attorno al 2020 con il defacement di HackForums (firmato con la stessa iconografia Umbreon riemersa ora sul sito di Clop), il gruppo si è evoluto in una delle sigle più attive nell’estorsione dati su larga scala, spesso operando in orbita con il collettivo “Scattered Lapsus$ Hunters”. Negli ultimi mesi lo abbiamo visto colpire Salesforce e Snowflake in decine di aziende attraverso la supply chain SaaS di Anodot, violare Canvas esponendo 275 milioni di studenti, e sfruttare proprio uno zero-day Oracle PeopleSoft (operazione UNC6240) contro università americane e un regolatore assicurativo USA.

Una faida nata su un exploit contesoLe tensioni tra i due gruppi non nascono dal nulla. Secondo la ricostruzione di ShinyHunters, l’exploit alla base della campagna Oracle E-Business Suite dell’ottobre 2025 sarebbe stato sviluppato originariamente da loro, o dal più ampio collettivo Scattered Lapsus$ Hunters, per poi essere ottenuto da Clop senza autorizzazione e utilizzato per condurre l’estorsione su larga scala che ha fruttato al gruppo russofono ingenti guadagni. Da lì la situazione sarebbe degenerata: ShinyHunters sostiene di aver iniziato a disturbare attivamente le operazioni di furto dati di Clop, provocando ritorsioni verbali pesanti. Un presunto rappresentante di Clop avrebbe minacciato il gruppo rivale in russo, con toni da vera e propria minaccia fisica: “Ho più soldi di te e di tutta la tua gente messi insieme, vi ammazzerò presto”. Una escalation che, stando al racconto degli stessi ShinyHunters, ha motivato l’attacco di sabato.

Come è avvenuta l’intrusioneDal punto di vista tecnico, l’attacco non ha richiesto tecniche particolarmente esotiche: ShinyHunters ha sfruttato una vulnerabilità di upload file non autenticato in Grav CMS, il sistema di gestione contenuti su cui girava l’infrastruttura Tor di Clop, per caricare un primo file di testo. Il contenuto era una provocazione diretta: “THIS SITE HAS BEEN PWN3D BY SHINYHUNTERES – Maybe don’t try to threaten us next time”, corredato da un link al proprio leak site. Poche ore dopo è arrivato il defacement completo, con l’ASCII art di Umbreon a sostituire l’intera pagina — la stessa firma grafica usata nel defacement di HackForums del 2020, confermata da un ricercatore noto con lo pseudonimo VXDB come riconducibile allo stesso gruppo.

Secondo quanto dichiarato da ShinyHunters a BleepingComputer, il bottino sottratto dall’infrastruttura di Clop includerebbe codice sorgente e plugin di Grav CMS, i log di sistema conservati in /var/log — potenzialmente contenenti dati di autenticazione e indirizzi IP dei visitatori del leak site — e, soprattutto, le chiavi crittografiche private del servizio onion Tor di Clop. Un dettaglio tutt’altro che simbolico: disporre di quelle chiavi significherebbe, in teoria, poter far girare l’indirizzo .onion esistente di Clop su server controllati da ShinyHunters, anche qualora il gruppo rivale venisse espulso dalla propria stessa infrastruttura. BleepingComputer ha confermato in modo indipendente la presenza del file caricato inizialmente e il successivo defacement, ma non ha potuto verificare autonomamente le affermazioni su codice sorgente, log e chiavi effettivamente esfiltrati.

Un’estorsione contro gli estorsoriShinyHunters ha dichiarato apertamente le proprie intenzioni: “Going to extort them” — intende cioè applicare a Clop lo stesso modello di business che il gruppo usa abitualmente contro le proprie vittime aziendali. Clop avrebbe 72 ore di tempo per contattare ShinyHunters prima della pubblicazione pubblica dei dati sottratti. È una dinamica poco convenzionale ma non priva di precedenti nell’universo del cybercrime, dove alleanze e conflitti tra gruppi si sono già manifestati in passato — penso alle spaccature interne a Conti o alle tensioni tra affiliati RaaS — ma raramente con un atto così plateale e pubblico come lo sfregio diretto del leak site di un rivale.

Due righe per i difensoriPer chi si occupa di difesa, l’episodio offre più di uno spunto. Primo: anche l’infrastruttura criminale più consolidata può avere superfici di attacco banali — in questo caso un CMS con una vulnerabilità di upload nota — a dimostrazione che l’operational security nel crimine organizzato digitale è tutt’altro che uniforme. Secondo: se le chiavi del servizio Tor di Clop fossero realmente compromesse, le organizzazioni già vittime della gang dovrebbero considerare un rischio di “doppia esposizione”, nel caso in cui ShinyHunters decida di rendere pubblici anche dati precedentemente sottratti da Clop e mai divulgati. Terzo, e forse più rilevante nel lungo periodo: le frizioni interne tra gruppi di estorsione possono generare intelligence preziosa — log, credenziali, chat interne — che i ricercatori e le forze dell’ordine possono sfruttare indirettamente, proprio come già avvenuto in passato con leak di chat interne di altre gang ransomware.

Cronologia e riferimenti tecniciOttobre 2025: Clop sfrutta CVE-2025-61882 (Oracle E-Business Suite) per una campagna di estorsione su larga scala
Ottobre 2025: ShinyHunters/Scattered Lapsus$ Hunters diffondono un PoC dell'exploit, rivendicandone la paternità
2026: escalation delle tensioni, minacce dirette da un presunto membro di Clop
19 settembre 2026: ShinyHunters sfrutta un file upload non autenticato in Grav CMS sul leak site Tor di Clop
19 settembre 2026: caricamento di un file di testo provocatorio, seguito da defacement completo (ASCII art Umbreon)
Dati rivendicati: codice sorgente e plugin Grav CMS, log /var/log, chiavi private del servizio onion Tor
Minaccia: pubblicazione dati entro 72 ore se Clop non paga
Vulnerabilità sfruttata: unauthenticated file upload in Grav CMS

#infosec #cybercrime #ransomware #darkweb #shinyhunters #clop #skids10p

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LockerGoga, MegaCortex, Nefilim: condannato in Svizzera lo sviluppatore, ma il capo Tymoshchuk resta latitante

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Un Tribunale distrettuale di Zurigo ha condannato nei giorni scorsi un cittadino ucraino di 52 anni a 12 anni e 9 mesi di reclus

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Un Tribunale distrettuale di Zurigo ha condannato nei giorni scorsi un cittadino ucraino di 52 anni a 12 anni e 9 mesi di reclusione, oltre a un divieto decennale di ingresso in , per il suo ruolo nello sviluppo di tre delle famiglie ransomware più devastanti degli ultimi anni: , MegaCortex e . È una delle condanne più severe mai emesse in per un crimine informatico, ma la sentenza porta con sé un promemoria scomodo: l’uomo condannato non era la mente dell’operazione. Il vero regista, Volodymyr Viktorovych Tymoshchuk, resta latitante, inserito nella lista dei ricercati dell’ con una taglia da 11 milioni di dollari sulla sua testa.

Un arresto arrivato per caso, un processo durato cinque anniL’imputato, il cui nome completo non è stato reso pubblico dalle autorità svizzere, ma che tramite fonti OSINT viene identificato come Artem Melnik, venne arrestato nell’ottobre 2021 nel canton Basilea Campagna. Nella sua abitazione gli investigatori trovarono codice sorgente dei ransomware e di utilizzati per negoziare con le vittime, elementi che hanno smontato la sua difesa: sosteneva di lavorare legittimamente nel settore della . Il tribunale ha stabilito che il suo ruolo era di natura prevalentemente tecnica — sviluppo e manutenzione del codice malevolo — e non quello di “mastermind” dell’organizzazione, circostanza che ne ha comunque attenuato la posizione rispetto a quella dei vertici del gruppo, senza tuttavia risparmiargli una delle pene più lunghe mai comminate in Europa per un crimine di questo tipo. La sentenza è appellabile.

Le vittime: da Norsk Hydro a Stadler RailIl processo ha ricostruito una scia di danni che ha toccato oltre 1.800 individui e organizzazioni in 71 paesi. Tra le vittime più note figura Norsk Hydro, il colosso norvegese dell’alluminio colpito nel marzo 2019 da LockerGoga in uno degli attacchi ransomware più studiati della storia recente: l’azienda fu costretta a tornare temporaneamente a processi manuali e carta e penna in diversi stabilimenti, con perdite stimate in decine di milioni di dollari, e scelse pubblicamente di non pagare il riscatto, diventando un caso di studio nella risposta agli incidenti. Tra le altre vittime elencate nel processo di Zurigo figurano il produttore ferroviario svizzero Stadler Rail, colpito nel maggio 2020 con una richiesta di riscatto da 6 milioni di dollari, la società di climatizzazione Meier Tobler e la fintech Crealogix.

Il modello: RaaS, broker di accesso e doppia estorsioneSecondo l’atto d’accusa depositato dal Dipartimento di Giustizia USA presso l’Eastern District of New York, tra dicembre 2018 e ottobre 2021 il gruppo ha operato secondo uno schema oggi diventato standard nel cybercrime organizzato ma all’epoca ancora poco maturo: ottenimento dell’accesso iniziale tramite attacchi brute-force sulle credenziali, sfruttamento di vulnerabilità note e, soprattutto, acquisto di accessi già compromessi da broker specializzati (i cosiddetti Initial Access Broker). Una volta dentro la rete, gli affiliati utilizzavano strumenti aggiuntivi per la ricognizione, l’ottenimento di persistenza, il movimento laterale e l’escalation dei privilegi, prima di esfiltrare i dati e distribuire il payload di cifratura. Le vittime che si rifiutavano di pagare venivano minacciate di pubblicazione dei dati sui portali “Corporate Leaks” gestiti direttamente dagli amministratori dell’operazione, un modello di doppia estorsione che a partire dal 2019-2020 è diventato lo standard de facto nell’ecosistema ransomware.

Da luglio 2020 il gruppo operò Nefilim secondo un modello di vero e proprio ransomware-as-a-service, con Tymoshchuk nel ruolo di amministratore che forniva l’accesso alla piattaforma agli affiliati in cambio di una percentuale sui proventi degli attacchi riusciti. Gli obiettivi venivano selezionati attivamente privilegiando aziende nordamericane e australiane con fatturato superiore ai 100 milioni di dollari, un criterio di targeting che rifletteva una logica ormai puramente industriale nella scelta delle vittime.

Tymoshchuk, il fantasma dietro tre ransomwareSe la condanna di Zurigo chiude un capitolo giudiziario, la caccia al vero capo dell’organizzazione resta apertissima. Volodymyr Viktorovych Tymoshchuk è accusato formalmente dalle autorità statunitensi di aver amministrato, insieme ai suoi complici, le operazioni LockerGoga, MegaCortex e Nefilim dal dicembre 2018 all’ottobre 2021, colpendo oltre 250 aziende solo nel distretto orientale di New York e centinaia di altre in Francia, Germania, Paesi Bassi, Norvegia e Svizzera. È inserito nella lista dei ricercati informatici dell’FBI, con una ricompensa fino a 11 milioni di dollari per informazioni che portino alla sua cattura — una delle taglie più alte mai messe sulla testa di un singolo operatore ransomware, a testimonianza di quanto le autorità statunitensi considerino prioritaria la sua cattura.

Due righe per i difensoriAl di là del valore simbolico della condanna, il caso offre alcune lezioni operative ancora attuali, dato che le tecniche descritte nell’indictment restano largamente in uso presso gruppi ransomware moderni:

Il mercato degli Initial Access Broker continua a essere il principale moltiplicatore di rischio: monitorare i marketplace underground per credenziali aziendali esposte resta una misura di prevenzione ad alto ritorno

La segmentazione della rete e il monitoraggio del movimento laterale (in particolare tramite strumenti legittimi come PsExec, WMI e RDP) restano la barriera più efficace contro la fase successiva alla compromissione iniziale

Il caso Norsk Hydro dimostra ancora oggi che un piano di business continuity testato, che preveda il ritorno a processi manuali, può fare la differenza tra un incidente gestibile e uno stato di crisi prolungato

Le aziende con fatturato superiore ai 100 milioni di dollari in Nord America e Australia restano, per ammissione degli stessi criminali agli atti processuali, un target prioritario esplicito per operazioni RaaS di questa fascia

Indicatori e TTP noti (fonti pubbliche)# TTP storicamente associate a LockerGoga / MegaCortex / Nefilim

(ricostruite da reporting pubblico e atti giudiziari, utili come

riferimento MITRE ATT&CK per attività di threat hunting retrospettivo)

Initial Access:

  • T1078 Valid Accounts (credenziali acquistate da Initial Access Broker)
  • T1110 Brute Force
  • T1190 Exploit Public-Facing Application (Nefilim: vulnerabilità Citrix/RDP esposti)
    Execution & Persistence:
  • T1569.002 Service Execution (PsExec per deployment su larga scala)
  • T1053 Scheduled Task/Job
    Privilege Escalation & Lateral Movement:
  • T1021.002 SMB/Windows Admin Shares
  • T1021.001 Remote Desktop Protocol
  • T1078.002 Domain Accounts (compromissione Active Directory)
    Defense Evasion:
  • T1553.002 Code Signing (LockerGoga: binari firmati con certificati
    rubati/fraudolenti per eludere gli antivirus)
  • T1489 Service Stop (disattivazione servizi di sicurezza prima della cifratura)
    Impact:
  • T1486 Data Encrypted for Impact
  • T1657 Financial Theft (doppia estorsione via portale "Corporate Leaks")
  • T1531 Account Access Removal (LockerGoga: reset password utente
    durante l'attacco per bloccare la risposta IT)La sentenza di Zurigo dimostra che la cooperazione giudiziaria internazionale può ancora portare a risultati concreti contro il cybercrime organizzato, ma la latitanza di Tymoshchuk — e degli altri complici mai identificati pubblicamente — ricorda quanto la maggior parte delle strutture RaaS di questa portata resti fuori dalla portata della giustizia occidentale, protetta da giurisdizioni che non estradano i propri cittadini per reati informatici commessi all’estero.

#infosec #cybercrime #ransomware #fbi #ukraine #svizzera #lockergoga

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Bird Agent parla su Matrix e MQTT: Kaspersky svela NightEagle e Toy Ghouls, i nuovi cluster contro le aziende russe

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Tre cluster, tre filosofie d’attacco, un solo bersaglio: le aziende russe. Un nuovo rapporto di mette in fila NightEa

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Tre cluster, tre filosofie d’attacco, un solo bersaglio: le aziende russe. Un nuovo rapporto di mette in fila NightEagle, Cat e Toy Ghouls, gruppi che negli ultimi diciotto mesi hanno colpito server , controller di dominio e infrastrutture con un arsenale che va dalle modulari ai , fino a un dettaglio che ha attirato l’attenzione dei ricercatori più della crittografia usata: due dei tre gruppi hanno smesso di parlare con i classici server C2 e usano invece un broker MQTT commerciale e la messaggistica cifrata di Matrix per pilotare gli impianti. Un segnale di come il fronte offensivo contro la Federazione Russa si stia frammentando in attori sempre più specializzati, alcuni statali, altri ibridi tra hacktivismo e cybercrimine puro.

Il rapporto Kaspersky: tre cluster, tre agende diverseSecondo l’analisi pubblicata dal team GReAT di Kaspersky, i tre cluster non condividono necessariamente un’unica regia, ma mostrano sovrapposizioni di strumenti e tecniche che suggeriscono uno scambio, quantomeno informale, di codice e competenze. Il quadro che emerge è quello di un ecosistema offensivo maturo: da un lato un attore di stampo più tradizionalmente cyberspionistico (NightEagle), dall’altro una costellazione di gruppi hacktivisti filo-ucraini con capacità distruttive crescenti (Hacking Cat, già raccontato su queste pagine con i suoi tool Gorilla RAT e Monkey Ransomware), e infine un gruppo a matrice finanziaria in rapida evoluzione tecnica (Toy Ghouls). Tutti e tre condividono lo stesso bersaglio primario: Exchange e Active Directory, spina dorsale dell’IT enterprise russo.

NightEagle: cyberspionaggio via VPN compromesseNightEagle (tracciato anche come APT-Q-95) è il cluster più vicino al profilo del cyberspionaggio classico. Attivo almeno dal 2023, il gruppo ottiene l’accesso iniziale attraverso credenziali VPN compromesse, spesso instradando il traffico attraverso Cloudflare WARP o provider europei per confondere l’attribuzione geografica. Una volta dentro, il tool principale è GhostContainer, una backdoor modulare per Microsoft Exchange capace di eseguire codice arbitrario e di reindirizzare il traffico creando un vero e proprio tunnel coperto sul server di posta compromesso. GhostContainer non nasce dal nulla: incorpora componenti open-source ben noti alla comunità difensiva, tra cui la web shell Neo-reGeorg e lo strumento di deserializzazione ysoserial, oltre a sfruttare la vulnerabilità CVE-2020-0688 per l’esecuzione di codice sul server di posta.

Per il movimento laterale, NightEagle si appoggia a Microsoft Dev Tunnels (un servizio legittimo di Microsoft, difficile da bloccare senza impattare workflow di sviluppo leciti) e al proxy rdp2tcp. Il salto di privilegio più rumoroso, e forse il dettaglio più sorprendente del rapporto, è il ricorso a CVE-2019-0708 — la storica BlueKeep — ancora efficace su segmenti di rete russi non aggiornati, combinato con attacchi DCSync contro Active Directory per esfiltrare hash di password direttamente dai controller di dominio. L’obiettivo finale non è la distruzione ma la persistenza silenziosa: mappare l’infrastruttura, raccogliere credenziali, restare inosservati il più a lungo possibile.

Toy Ghouls: da builder rubati a un backdoor che parla su MatrixSe NightEagle rappresenta lo spionaggio paziente, Toy Ghouls (osservato anche sotto gli alias Bearlyfy, Laboo.boo e Feral Wolf) racconta una traiettoria opposta: quella di un gruppo a movente finanziario che, in appena un anno di attività, ha attraversato tre generazioni di malware. Kaspersky descrive un’evoluzione che parte dall’uso opportunistico di builder di ransomware trapelati online — le famiglie Babuk e LockBit, i cui codici sorgente circolano da anni sui forum criminali — passa per un ransomware personalizzato battezzato GenieLocker, e approda a luglio 2026 a Bird Agent, un impianto custom sviluppato internamente.

È qui che il rapporto diventa tecnicamente più interessante per chi si occupa di detection engineering. Bird Agent esiste in due varianti che condividono la logica ma cambiano canale di comando e controllo: mqtt-bird-agent usa come broker il servizio commerciale HiveMQ, mentre matrix-bird-agent instrada i comandi attraverso Element, il client di messaggistica cifrata basato sul protocollo Matrix. In entrambi i casi la configurazione dell’impianto viene cifrata usando il MachineGuid della macchina infetta come chiave, un dettaglio che lega il payload a quello specifico endpoint e complica l’analisi statica su sample isolati. La distribuzione avviene tipicamente via Windows Remote Management (WinRM), con esecuzione di PowerShell nascosta e persistenza garantita installando l’impianto come servizio Windows.

La scelta di MQTT e Matrix come canali C2 non è casuale: sono protocolli legittimi, ampiamente usati in ambito IoT e nella messaggistica aziendale, il cui traffico raramente finisce sotto la lente dei firewall applicativi configurati per bloccare i classici beacon HTTP/HTTPS verso infrastrutture sospette. È lo stesso principio del “living off trusted services” già visto con l’abuso di Telegram, Discord o Slack come canali C2, applicato questa volta a un broker di messaggistica IoT e a un client di chat cifrata pensato per attivisti e giornalisti.

Hacking Cat: il fronte hacktivista, in breveIl terzo cluster, Hacking Cat, è quello di cui questo blog si è già occupato in un approfondimento dedicato a Gorilla RAT e Monkey Ransomware. Kaspersky conferma qui la collaborazione del gruppo con altre sigle dell’ecosistema hacktivista filo-ucraino, Cyber Anarchy Squad e Ukrainian Cyber Alliance su tutte, nella distribuzione dei wiper ClearWater e Nemo Wiper, oltre a una piattaforma ransomware-as-a-service condivisa chiamata ClearWater RaaS. Il vettore d’accesso resta la sfruttamento di vulnerabilità note su Exchange, tra cui CVE-2021-26855 (ProxyLogon) e la più recente CVE-2026-42897. Un dettaglio curioso riportato dai ricercatori: Hacking Cat ha pubblicamente smentito su Telegram la paternità di alcuni strumenti che Kaspersky gli attribuisce, un segnale della difficoltà crescente di attribuire con certezza campagne che condividono toolkit tra più collettivi.

Un ecosistema che condivide codice, forse anche sviluppatoriIl dato più rilevante dell’intero rapporto, dal punto di vista dell’intelligence sulle minacce, è la sovrapposizione tra i toolkit dei tre cluster: tecniche di offuscamento simili, riutilizzo di codice tra le varianti ransomware e persino incongruenze curiose, come funzioni scritte per ambienti Linux ma presenti in build pensate per Windows, o routine ridondanti tipiche di codice generato con l’assistenza di modelli linguistici. Kaspersky ipotizza che dietro più gruppi possa esserci un piccolo pool di sviluppatori condivisi, o quantomeno un mercato informale di codice sorgente che circola tra collettivi nominalmente distinti. È una dinamica che complica sensibilmente il lavoro di attribuzione e che riflette una tendenza più ampia osservata nel 2026: la linea tra APT statale, hacktivismo e cybercrimine finanziario si fa sempre più sottile quando tutti attingono agli stessi builder trapelati e alle stesse librerie open-source.

Due righe per i difensoriPer i team di detection, il rapporto Kaspersky offre indicazioni operative concrete. Primo: qualsiasi server Exchange esposto va sottoposto a controllo per le vulnerabilità storiche ancora citate come vettori attivi (CVE-2020-0688, CVE-2021-26855, CVE-2019-0708), un promemoria che il debito tecnico su infrastrutture di posta resta uno dei rischi più sottovalutati. Secondo: il traffico verso broker MQTT pubblici e verso Element/Matrix da endpoint aziendali che non hanno motivo di usarli merita una regola di alerting dedicata, specialmente se abbinato a esecuzione PowerShell anomala o creazione di nuovi servizi Windows. Terzo: il monitoraggio delle richieste DCSync verso i controller di dominio, spesso sottovalutato perché tecnicamente “legittimo” nel protocollo di replica di Active Directory, resta uno degli indicatori più affidabili di un attacco già in fase avanzata.

Indicatori e dettagli tecniciCluster: NightEagle (APT-Q-95)

  • Accesso iniziale: credenziali VPN compromesse, uscita via Cloudflare WARP
  • Backdoor: GhostContainer (Microsoft Exchange, tunneling coperto)
  • Componenti riusati: Neo-reGeorg, ysoserial
  • CVE sfruttate: CVE-2020-0688, CVE-2019-0708 (BlueKeep)
  • Movimento laterale: Microsoft Dev Tunnels, rdp2tcp
  • Tecnica AD: DCSync contro domain controller

Cluster: Toy Ghouls (alias: Bearlyfy, Laboo.boo, Feral Wolf)

  • Evoluzione: builder Babuk/LockBit -> GenieLocker -> Bird Agent (lug. 2026)
  • Varianti: mqtt-bird-agent 0.1.0 (C2 su broker HiveMQ)
    matrix-bird-agent 0.1.0 (C2 su Matrix/Element)
  • Delivery: Windows Remote Management (WinRM)
  • Persistenza: servizio Windows, config cifrata con MachineGuid
  • Esecuzione: PowerShell nascosta

Cluster: Hacking Cat (collegamenti: Cyber Anarchy Squad, Ukrainian Cyber Alliance)

  • Tool: Gorilla RAT, Monkey Ransomware (ChaCha20-Poly1305, AES-256-CBC)
  • Wiper collegati: ClearWater, Nemo Wiper
  • CVE sfruttate: CVE-2021-26855 (ProxyLogon), CVE-2026-42897

Fonte: Kaspersky GReAT, 17 settembre 2026Il quadro tracciato da Kaspersky conferma una tendenza consolidata nel 2026: l’infrastruttura enterprise russa è oggi un campo di prova per tecniche offensive che, per specializzazione e sofisticazione, non hanno più molto da invidiare a quelle osservate contro obiettivi occidentali. Vale la pena tenerle d’occhio anche fuori dai confini russi: i canali C2 basati su MQTT e Matrix, in particolare, sono una tecnica esportabile che potremmo vedere replicata contro qualunque enterprise nei prossimi mesi.

#cyberwar #apt #backdoor #ransomware #kaspersky #vpn #russia #hacktivist #wiper

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Just wanted to say I am aware I’ve been quieter than usual lately. Have been making progress on a few blogs that cover fascinating bits of

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Just wanted to say I am aware I’ve been quieter than usual lately. Have been making progress on a few blogs that cover fascinating bits of that have been sorely neglected and have a whole history of series planned but have been very busy. Please excuse this downtime.

#ransomware #history #hacking

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Aeza Group: come un consigliere comunale tedesco AfD ha aiutato l’hosting bulletproof russo ad aggirare le sanzioni

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Aggirare le internazionali contro un hosting provider “a prova di proiettile” non richiede necessariamente sof

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Aggirare le internazionali contro un hosting provider “a prova di proiettile” non richiede necessariamente sofisticati o infrastrutture nascoste in Paesi compiacenti: a volte basta una piccola società registrata a Belgrado, intestata a un consigliere comunale tedesco di provincia. È quanto emerso da un’indagine incrociata tra ricercatori e le autorità statunitensi, che ha collegato Andreas Maul — esponente locale di Alternative für Deutschland (AfD) nella cittadina di Selm, nel Nordreno-Vestfalia — alla rete di infrastrutture usata da Aeza Group, uno dei bulletproof hoster russi più sanzionati degli ultimi due anni, per continuare a operare dopo le misure restrittive occidentali.

Chi è Aeza GroupAeza Group è un hosting provider russo che il Dipartimento del Tesoro statunitense, tramite l’Office of Foreign Assets Control (OFAC), ha sanzionato il 1° luglio 2025, descrivendolo come un servizio “bulletproof” che ignora deliberatamente le segnalazioni di abuso e le richieste di blocco delle forze dell’ordine internazionali. Sui suoi server, secondo l’accusa americana, hanno trovato casa componenti infrastrutturali della gang ransomware , pannelli di gestione dell’ RedLine, l’infrastruttura del Meduza e — soprattutto — BlackSprut, un russo per la vendita di stupefacenti che tra gennaio e settembre 2025 avrebbe processato transazioni per circa 1,85 miliardi di dollari.

Non è tutto: parte dell’infrastruttura di Aeza ha ospitato anche siti collegati a Doppelgänger, la campagna di disinformazione filo-Cremlino che clona le grafiche di testate giornalistiche europee e americane per diffondere narrative pro-Mosca. Un dettaglio che colloca Aeza non solo nell’orbita del cybercrime “puro”, ma anche in quella delle operazioni di influenza sponsorizzate dallo Stato russo. Le sanzioni OFAC del luglio 2025 hanno colpito individualmente anche i vertici della società: il CEO Arsenii Penzev, il direttore generale Yurii Bozoyan, il direttore tecnico Vladimir Gast e il socio Igor Knyazev, ciascuno con quote comprese tra il 33% dell’azionariato. Due mesi prima, ad aprile 2025, Penzev e Bozoyan erano già stati arrestati a Mosca — non per le accuse occidentali, ma con capi d’imputazione russi legati a criminalità organizzata e narcotraffico, in quello che gli osservatori descrivono come un tipico caso di “impunità controllata”: tollerati finché non infastidiscono il sistema, sacrificabili quando serve.

La scappatoia serbaLe sanzioni, per definizione, colpiscono entità nominate: bloccano asset, vietano transazioni, impediscono a chi ha sede negli Stati Uniti di fare affari con i soggetti indicati. Ma un indirizzo IP non porta un’etichetta con scritto “Aeza” — e questo è precisamente il varco che, secondo la ricostruzione OFAC, la società ha sfruttato. Dopo le sanzioni di luglio 2025, un blocco di risorse IP che secondo le autorità americane restava operativamente riconducibile ad Aeza sarebbe stato trasferito, a novembre 2025, a una società con sede a Belgrado: Smart Digital Ideas d.o.o., formalmente attiva nel “commercio all’ingrosso di computer, attrezzature e software” e priva di qualunque menzione pubblica del marchio Aeza.

Il nome dietro la società, secondo i registri camerali serbi, è Andreas Maul: 38 anni, consigliere comunale AfD a Selm dal novembre 2025, con un passato professionale legato al commercio IT. Maul risulta proprietario e amministratore unico di Smart Digital Ideas, che aveva registrato già nell’ottobre 2022 — quindi ben prima delle sanzioni, un dettaglio che rafforza l’ipotesi di una struttura “dormiente” pronta a essere attivata come paravento nel momento del bisogno. Le indagini OSINT hanno inoltre rilevato che la sede di Smart Digital Ideas a Belgrado coincide con quella di un’altra entità, Cipher Operations, fondata nel dicembre 2022 da un cittadino russo, Aleksandr Yenakiyev — che, interpellato dai giornalisti, ha negato qualsiasi legame: “Nessuno dei nomi che avete elencato, a parte Cipher Operations, mi dice nulla.”

L’OFAC ha sanzionato Smart Digital Ideas nel novembre 2025, quasi in contemporanea con l’individuazione del legame con Maul, insieme ad altre entità satellite identificate nella stessa rete. Il pattern — trasferire rapidamente asset IP verso una nuova ragione sociale non ancora nominata, in una giurisdizione terza come la Serbia, formalmente fuori dal perimetro UE — è una tecnica di sanctions evasion sempre più comune tra gli hoster “a prova di proiettile” russi, e ricalca schemi già documentati da Recorded Future nella serie di ricerche “Dark Covenant” sui rapporti tra cybercriminali e apparato statale russo.

Il paradosso geograficoIl dato più scomodo per i regolatori europei è che, mentre Stati Uniti, Regno Unito e Australia hanno sanzionato Aeza e le sue diramazioni, l’Unione Europea non ha ancora adottato misure equivalenti. Questo significa che una società di comodo con sede a Belgrado — capitale di un Paese candidato all’adesione UE ma non ancora vincolato al regime sanzionatorio comunitario sulla stessa infrastruttura — può continuare a operare legalmente sul territorio europeo, offrendo di fatto un corridoio per il traffico che le sanzioni statunitensi intendevano tagliare. Aggiunge un ulteriore strato di ambiguità la circostanza che il beneficiario finale identificato sia un cittadino tedesco, quindi UE, e un politico eletto: un cortocircuito tra il piano geopolitico delle sanzioni e quello, molto più poroso, delle giurisdizioni societarie europee.

Due righe per i difensoriPer i team di sicurezza e compliance, questo caso è un promemoria pratico di quanto sia labile la vita utile di una lista di indicatori “sanzionati”: chi gestisce infrastruttura critica dovrebbe considerare quanto segue.

Le liste di blocco basate solo sul nome dell’entità sanzionata invecchiano rapidamente: è preferibile correlare i blocchi IP/ASN con l’intelligence su hosting “a prova di proiettile” aggiornata da fornitori di threat intelligence, non solo con la SDN List OFAC in senso stretto;

Verificare periodicamente se gli intervalli di IP già bloccati come “Aeza” sono stati riassegnati a nuovi ASN o LIR, tecnica comune per “ripulire” la reputazione di un blocco di indirizzi;

Diffidare di hosting provider di recente costituzione in giurisdizioni terze (Serbia, ma anche altri Paesi extra-UE con regimi di compliance più permissivi) quando condividono infrastruttura, ASN o pattern di registrazione con entità già sanzionate;

Per i team investigativi e di threat intelligence, incrociare i dati di corporate registry pubblici (come quelli serbi, consultabili online) resta uno strumento OSINT sottovalutato ma estremamente efficace per smascherare strutture di comodo;

Ricordare che dietro l’infrastruttura tecnica di ransomware, infostealer e marketplace darknet si trovano spesso reti di facilitatori legali e finanziari tutt’altro che nascosti — a volte, come in questo caso, persino eletti in un consiglio comunale.

Fonti: OFAC/U.S. Department of the Treasury, BleepingComputer, Balkan Insight, vsquare.org, Recorded Future (“Dark Covenant 3.0”).

#infosec #cybercrime #ransomware #darkweb #russia #serbia #sanzioni #aezagroup #bulletproofhosting

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Il servizio @ransomfeed@poliversity.it segnala che il gruppo xpl0itrs ha rivendicato un attacco a Spaggiari

Il gruppo di cybercriminali s

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Il servizio @ransomfeed@poliversity.it segnala che il gruppo xpl0itrs ha rivendicato un attacco a Spaggiari

Il gruppo di cybercriminali sostiene di sostiene di aver sottratto 6,1 TB di dati... E tra una decina di giorni inizia il nuovo anno scolastico

Qui il comunicato di : https://www.spaggiari.eu/news/comunicazione-ufficiale-sull-attacco-informatico-alla-piattaforma-bergantini

Qui la segnalazione di @ransomfeed@poliversity.it: https://ransomfeed.it/?page=post_details&id_post=35185

@informatica@feddit.it @scuola@poliverso.org

https://poliversity.it/@ransomfeed/117133766715999037

#ransomware #spaggiari

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[Torna l’appuntamento mensile di CSIRT Italia sull’analisi e l’andamento della minaccia cyber con l’elenco delle vulnerabilità informatiche più gravi.

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Torna l’appuntamento mensile di CSIRT Italia sull’analisi e l’andamento della minaccia cyber con l’elenco delle vulnerabilità informatiche più gravi.🔹 Credenziali compromesse: l’analisi di dati provenienti da malware infostealer ha permesso di identificare 147 account compromessi appartenenti a soggetti istituzionali;

🔹 compromessi su larga scala: individuate 1.074 istanze CMS compromesse;

🔹 e accesso iniziale: tra i principali vettori di compromissione emergono ancora vulnerabilità note, credenziali valide già compromesse e servizi esposti.

acn.gov.it/portale/w/operation…

@informatica@feddit.it

#ransomware #cms

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RANSOMWARE

RANSOMWARE

Ci sono attacchi e attacchi. Non tutti sono uguali, non tutti hanno la medesima gravità. L’importanza di un attacco, inteso come effetto s

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Ci sono attacchi e attacchi. Non tutti sono uguali, non tutti hanno la medesima gravità. L’importanza di un attacco, inteso come effetto sulla società e sulle persone coinvolte, si misura sull’impatto che la diffusione dei loro dati personali e sensibili può avere sulle loro vite. Non è solo buonsenso, è proprio il a specificarlo.

Questo attacco di ha un impatto enorme: oltre 100.000 immagini DICOM pubblicate online, liberamente.

@sicurezza

#gdpr #ransomware #majinahanashi

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StormEncryptor: come l’ex affiliato Medusa Storm-1175 ha trasformato N-central in un launchpad ransomware

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Un singolo server compromesso, migliaia di endpoint amministrati a cascata: è lo scenario da incubo che si è materializzato dal 1° agosto 2026, quando un attore legato alla e già noto per l’affiliazione al ransomware ha iniziato a sfruttare una vulnerabilità critica in N-central, la piattaforma di remote monitoring and management () di N-able usata da migliaia di managed service provider in tutto il mondo. Threat Intelligence attribuisce la campagna al gruppo Storm-1175, che ha debuttato con un ceppo ransomware inedito, StormEncryptor, segnando un cambio di strategia rispetto al passato.

Da Medusa a StormEncryptor: chi è Storm-1175Storm-1175 è il nome con cui Microsoft traccia un attore finanziariamente motivato, ritenuto basato in Cina, specializzato in campagne ransomware “ad alta velocità”. Già ad aprile 2026 Microsoft aveva descritto il gruppo come capace di passare dall’accesso iniziale alla cifratura completa dei sistemi in meno di 24 ore, sfruttando sia vulnerabilità appena divulgate sia, in alcuni casi, zero-day exploitati fino a una settimana prima della disclosure pubblica. Le vittime storiche del gruppo, colpite tramite il ransomware Medusa, includono organizzazioni sanitarie, di servizi professionali e finanziarie in Australia, Regno Unito e Stati Uniti, spesso raggiunte tramite lo sfruttamento di prodotti esposti su internet come GoAnywhere MFT, SmarterMail, Microsoft Exchange, Ivanti Connect Secure e JetBrains TeamCity.

Il 2 agosto 2026 Microsoft ha osservato per la prima volta il dispiegamento di StormEncryptor, un nuovo ransomware scritto in C++ che aggiunge l’estensione .encrypted ai file cifrati e deposita in ogni cartella una nota di riscatto denominata “!!!README_FIRST!!!.txt”, con la consueta minaccia di pubblicazione dei dati rubati entro tre giorni in caso di mancato pagamento. Si tratta della prima attività osservata del gruppo dopo un periodo di silenzio dall’aprile 2026, e il tempismo — lo stesso giorno della divulgazione della falla in N-central — non lascia molti dubbi sul vettore di accesso iniziale.

CVE-2026-18577: un bypass di autenticazione con “poteri da dio”Il cuore tecnico della vicenda è CVE-2026-18577, una vulnerabilità di bypass dell’autenticazione in N-central che consente a un attaccante privo di qualsiasi credenziale di ottenere il controllo amministrativo completo del server. Si tratta, in realtà, di un bypass della patch che a sua volta correggeva un’altra falla, CVE-2026-18556: gli attaccanti hanno cioè trovato una variante capace di eludere i controlli introdotti dalla prima correzione. Huntress ha definito l’accesso ottenibile tramite questa falla un vero e proprio “god-mode access”: poiché gli MSP utilizzano N-central per amministrare da remoto le macchine dei propri clienti, la compromissione di un singolo server RMM diventa la porta d’ingresso verso ogni endpoint da esso gestito, con un potenziale effetto a cascata su decine di organizzazioni contemporaneamente. Non è un caso isolato nel suo genere: nel 2021 un attacco simile alla piattaforma RMM di Kaseya permise alla gang REvil di colpire inizialmente 60 clienti diretti e, a cascata, circa 1.500 aziende a valle; nel 2024 un episodio analogo coinvolse ConnectWise ScreenConnect, con Storm-1175 tra gli attori che ne approfittarono.

N-able ha individuato lo sfruttamento della falla per la prima volta il 31 luglio 2026, grazie alla soluzione MDR Adlumin, e ha rilasciato un primo hotfix (versione 2026.3.1.7) il 2 agosto. Non è bastato: gli attaccanti hanno trovato un modo per aggirare anche questa prima mitigazione, costringendo il vendor a pubblicare un secondo hotfix di emergenza (2026.3.1.10) il 6 agosto, con l’avvertenza esplicita che la prima patch da sola non fosse sufficiente. Nonostante la disponibilità delle correzioni, Huntress ha rilevato che oltre la metà dei server N-central cloud raggiungibili tra i propri partner risultava ancora non aggiornata, con il 28,6% delle istanze self-hosted ancora esposte.

La catena post-exploitationUna volta ottenuto l’accesso amministrativo a N-central, gli attaccanti sfruttano la funzionalità legittima “Take Control” per collegarsi agli endpoint gestiti e registrano un nuovo servizio per un tunnel Cloudflare, garantendosi persistenza. Sophos, che ha ampliato l’elenco di indicatori di compromissione condiviso inizialmente da N-able, ha osservato la creazione di un nuovo account di dominio chiamato “veeam” — probabilmente scelto per mimetizzarsi tra gli account di servizio legittimi legati ai backup — oltre al reset delle password di diversi account amministratore di dominio esistenti, l’enumerazione di altri account e la disattivazione delle soluzioni di sicurezza Microsoft e Sophos tramite uno strumento di EDR-evasion.

Secondo l’analisi condivisa da Microsoft, il comportamento post-compromissione di Storm-1175 in questa campagna include l’abuso di strumenti RMM legittimi come AnyDesk e SimpleHelp, l’uso di Advanced IP Scanner per la ricognizione della rete e il dump delle credenziali LSASS tramite Mimikatz — un playbook che privilegia strumenti “living off the land” e software di amministrazione remota già presenti o facilmente installabili, per confondersi con il traffico amministrativo legittimo generato dallo stesso N-central. Huntress, che ha osservato lo sfruttamento su ambienti di propri clienti, conferma che gli attaccanti si muovono rapidamente attraverso più host all’interno delle organizzazioni colpite, prendendo di mira in particolare i domain controller.

Implicazioni per MSP e clienti a valleIl numero esatto di organizzazioni colpite non è stato reso pubblico: N-able ha dichiarato di aver contattato un “numero limitato” di clienti interessati, mentre Huntress ha confermato impatti su propri clienti senza quantificarli. Ma la dinamica stessa dell’attacco — un fornitore RMM come singolo punto di fallimento per centinaia di aziende a valle — richiama da vicino Kaseya e ScreenConnect, e ribadisce un problema strutturale della filiera IT: la concentrazione di privilegi amministrativi in strumenti di gestione remota rende ogni MSP un moltiplicatore di rischio per l’intero proprio portafoglio clienti. Per chi utilizza N-central la priorità è immediata: applicare l’hotfix 2 (versione 2026.3.1.10), anche se è già stato applicato l’hotfix 1, e aggiornare gli agent sugli endpoint gestiti. Huntress raccomanda inoltre di valutare, per ambienti ad alto rischio dove l’esposizione non può essere ridotta in altro modo, la disattivazione temporanea di N-central, pur riconoscendo che ciò comporta la perdita di visibilità centralizzata, patching e accesso remoto proprio nel momento in cui potrebbero servire di più. Per i clienti finali degli MSP, la lezione è altrettanto rilevante: vale la pena chiedere al proprio fornitore quali strumenti RMM utilizza, se sono stati aggiornati, e quali controlli di segmentazione esistono tra l’infrastruttura di gestione e gli ambienti di produzione.

Indicatori di compromissioneVulnerabilità sfruttata:
CVE-2026-18577 (bypass di autenticazione in N-able N-central,
bypass della patch per CVE-2026-18556)

Ransomware:
StormEncryptor (C++, prima osservazione: 2 agosto 2026)
Estensione file cifrati: .encrypted
Nota di riscatto: !!!README_FIRST!!!.txt

Attore:
Storm-1175 (ex operatore/affiliato Medusa ransomware, presunta origine Cina)

Timeline:
31 luglio 2026 - N-able (Adlumin MDR) rileva sfruttamento zero-day
2 agosto 2026 - Hotfix 1 (N-central 2026.3.1.7) + prima StormEncryptor
6 agosto 2026 - Hotfix 2 (N-central 2026.3.1.10), il primo hotfix
risulta insufficiente

Tecniche post-exploitation osservate:
Abuso della funzione "Take Control" di N-central
Nuovo servizio per tunnel Cloudflare (persistenza)
Creazione account di dominio "veeam"
Reset password account amministratore di dominio
Disattivazione EDR Microsoft/Sophos tramite tool di evasione
Abuso di AnyDesk / SimpleHelp
Ricognizione con Advanced IP Scanner
Dump credenziali LSASS via Mimikatz

Precedenti storici affini:
2021 - Kaseya VSA / REvil (~1.500 aziende a valle)
2024 - ConnectWise ScreenConnect (Storm-1175 tra gli attori coinvolti)

#infosec #cybercrime #ransomware #supplychain #china #medusa #ncentral #rmm #storm1175

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Operation Double Barrel: quando lo spionaggio di stato nordcoreano condivide l’infrastruttura con il ransomware Gunra

Un’advisory congiunta pubblicata il 30 luglio 2026 da National Intelligence Service, National Police Agency, KISA e Financial Security Institute sudco

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Un’advisory congiunta pubblicata il 30 luglio 2026 da National Intelligence Service, National Police Agency, KISA e Financial Security Institute sudcoreani, basata sull’analisi di AhnLab ASEC, ricostruisce oltre un anno di attività di un gruppo state-sponsored contro cittadini e aziende della Corea del Sud. Il dato più interessante non è la campagna di spionaggio in sé, ma la sua sovrapposizione tecnica con episodi attribuiti al ransomware Gunra: stessa vulnerabilità sfruttata, stesse impronte SSH, stessa infrastruttura di rete. Gli analisti l’hanno battezzata Operation Double Barrel.

Un anno e mezzo di infiltrazione silenziosaSecondo ASEC, tra il 2025 e la prima metà del 2026 un attore state-sponsored ha sfruttato in modo continuativo vulnerabilità in software di sicurezza finanziaria diffuso in Corea del Sud — la categoria di plugin e moduli di autenticazione che le banche e i portali pubblici sudcoreani impongono spesso agli utenti per operazioni online, un ecosistema già colpito in passato da gruppi legati alla Corea del Nord proprio per la sua ubiquità e per i privilegi elevati con cui questi moduli girano sui sistemi degli utenti.

Il vettore di accesso iniziale ha seguito due binari paralleli: watering hole su siti legittimi sudcoreani nei settori media, istruzione, sanità e manifatturiero, e spear-phishing con link malevoli inviati direttamente ai bersagli. In entrambi i casi l’obiettivo era far raggiungere alla vittima una pagina che sfruttasse la vulnerabilità nel software finanziario per installare un backdoor.

Gli impianti: Struggle e BrandoorASEC identifica due famiglie di backdoor principali nella campagna: Struggle, tracciato anche come SIGNBT 3.0, e Brandoor, alias COPPERHEDGE. Non sono nomi nuovi per chi segue le operazioni nordcoreane: SIGNBT è una famiglia storicamente associata al cluster Andariel dell’ombrello Lazarus, mentre COPPERHEDGE è un impianto documentato da anni negli advisory CISA/US-CERT sotto l’etichetta HIDDEN COBRA, usato in particolare contro exchange di criptovalute e istituzioni finanziarie. La loro presenza in questa campagna rafforza l’attribuzione a un attore nordcoreano, anche se il report ASEC, in linea con la prassi delle agenzie sudcoreane, evita l’attribuzione esplicita in favore della dicitura “gruppo state-sponsored”.

Oltre ai due backdoor principali, l’advisory cita strumenti aggiuntivi per l’escalation di privilegi e la consegna di payload successivi, elemento che suggerisce un kit modulare adattato caso per caso a seconda del bersaglio e dei privilegi ottenuti nella fase di accesso iniziale.

Il secondo barile: Gunra ransomwareGunra è un gruppo ransomware relativamente giovane, emerso sui data leak site nel 2025 con un locker dual-platform per Windows e Linux; la variante Linux, analizzata a fondo da ASEC in report precedenti, si è rivelata tecnicamente fragile a causa di un generatore di numeri casuali difettoso nell’implementazione della cifratura, un dettaglio che in alcuni casi ha permesso il recupero dei file senza pagare il riscatto.

Ciò che rende rilevante Operation Double Barrel è che alcuni incidenti attribuiti a Gunra hanno riutilizzato le stesse vulnerabilità nel software finanziario coreano sfruttate dal gruppo state-sponsored, e mostrano sovrapposizioni in malware, impronte delle chiavi SSH e infrastruttura di rete, inclusi indirizzi usati per il download di payload e per il reverse tunneling. ASEC non si spinge a dichiarare che si tratti dello stesso gruppo, ma ipotizza tecniche, strumenti o infrastruttura condivisi, oppure una collaborazione limitata tra i due attori.

Lo scenario non è inedito: negli ultimi anni diversi ricercatori hanno documentato episodi in cui operatori legati alla Corea del Nord hanno sperimentato il ransomware come ulteriore fonte di finanziamento, affiancandolo alle tradizionali operazioni di furto di criptovalute e spionaggio economico. Se confermata, una relazione anche solo infrastrutturale tra un cluster di spionaggio statale e una gang ransomware indipendente solleva interrogativi non banali su come Pyongyang stia monetizzando l’accesso ottenuto per scopi di intelligence, eventualmente “affittandolo” o rivendendolo a operatori criminali con obiettivi finanziari.

Timeline2025 — inizio dello sfruttamento delle vulnerabilità nel software di sicurezza finanziaria coreano; primi impianti Struggle/SIGNBT 3.0 e Brandoor/COPPERHEDGE osservati in campagne watering hole e spear-phishing.

2025 – H1 2026 — incidenti paralleli attribuiti al ransomware Gunra riutilizzano le stesse vulnerabilità e mostrano sovrapposizioni infrastrutturali.

30 luglio 2026 — NIS, NPA, KISA e FSI pubblicano l’advisory congiunta “Operation Double Barrel”; AhnLab ASEC rilascia i report tecnici in coreano e inglese con IoC completi.

Due righe per i difensoriPer i team di difesa, anche fuori dalla Corea del Sud, il caso offre due lezioni. La prima: i moduli di sicurezza aggiuntivi imposti da settori regolamentati (banking security software, plugin di autenticazione, agent antifrode) restano un bersaglio ad alto ritorno per gli attaccanti, proprio perché godono di privilegi elevati e fiducia implicita da parte dell’utente. La seconda: il monitoraggio delle infrastrutture ransomware non può più prescindere dalla correlazione con il tracking degli APT, perché la separazione tra “cybercrime a scopo di lucro” e “operazioni di intelligence statale” nel caso nordcoreano è sempre più sfumata. Chi gestisce threat intelligence dovrebbe incrociare sistematicamente IoC di gruppi ransomware emergenti con quelli degli intrusion set nordcoreani noti, cercando sovrapposizioni di infrastruttura anche quando l’attribuzione formale resta incerta.

Indicatori di compromissioneNome operazione: Operation Double Barrel
Enti coinvolti nell'advisory: NIS, NPA, KISA, FSI (Corea del Sud)
Fonte tecnica: AhnLab ASEC
Backdoor identificati: Struggle (alias SIGNBT 3.0), Brandoor (alias COPPERHEDGE)
Gruppo ransomware collegato: Gunra
Vettori di accesso iniziale: watering hole su siti legittimi coreani (media, istruzione,
sanità, manifatturiero), spear-phishing con link malevoli
Vulnerabilità sfruttate: falle in software di sicurezza finanziaria coreano
Indicatori tecnici condivisi tra le due campagne: impronte di chiavi SSH, indirizzi IP
di download e reverse tunneling, credenziali riutilizzate
Report completi: [AhnLab] Operation Double Barrel (KOR/ENG) (2026.07.30)
MITRE ATT&CK: T1189 Drive-by Compromise, T1566.002 Spearphishing Link,
T1190 Exploit Public-Facing Application, T1105 Ingress Tool Transfer,
T1059 Command and Scripting Interpreter, T1003 OS Credential Dumping,
T1021.004 Remote Services: SSH, T1071.001 Application Layer Protocol: Web Protocols,
T1078 Valid AccountsFonte: AhnLab ASEC, advisory congiunta NIS/NPA/KISA/FSI.

#infosec #cybercrime #apt #backdoor #coreadelnord #lazarusgroup #ransomware

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Email bombing, finto IT support e un’estensione Edge che evade la sandbox: la tradecraft di UNC6692

Migliaia di email di conferma iscrizione e newsletter che intasano la casella di posta in pochi minuti, seguite — puntuale come un copione — da un mes

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Migliaia di email di conferma iscrizione e newsletter che intasano la casella di posta in pochi minuti, seguite — puntuale come un copione — da un messaggio Teams di un fantomatico “IT Support” pronto ad aiutare. È la sequenza che eSentire’s Threat Response Unit (TRU) ha documentato in una campagna di luglio 2026 contro un’azienda del settore software, attribuita al broker di accessi iniziali UNC6692. Il bersaglio finale non è un semplice furto di credenziali: è l’installazione di Edgecution, un’estensione malevola per Microsoft Edge capace di evadere la sandbox del browser e prendere il controllo dell’host sottostante.

UNC6692 non è un nome nuovo per chi segue il crimine informatico organizzato: Google Cloud/Mandiant lo ha già descritto come un initial access broker (IAB) che prepara il terreno per gruppi ransomware, tra cui la syndicate nota come Payouts King. La catena osservata da eSentire — email bombing, impersonificazione IT via Teams, Quick Assist e una suite di malware modulare battezzata “SNOW” — è la stessa tradecraft già segnalata da Google e da The Hacker News nei mesi scorsi, ma il report più recente aggiunge dettagli tecnici granulari sull’ultimo anello della catena, l’estensione Edgecution, e sui suoi indicatori di compromissione.

Fase 1: sommergere la vittima di email per giustificare una chiamataL’attacco si apre con una tecnica ormai da manuale ma sempre efficace: l’email bombing. Iscrivendo l’indirizzo della vittima a migliaia di newsletter e servizi di conferma automatica, gli attaccanti saturano la casella di posta in pochi minuti. L’obiettivo non è nascondere altro traffico, ma costruire un pretesto plausibile: un dipendente sommerso da email è più propenso ad accettare senza troppe domande il contatto di un “supporto IT” che offre di risolvere il problema.

Subito dopo il bombing, gli attaccanti contattano la vittima su Microsoft Teams impersonando l’identità “IT Support | Corporate IT Service (Internal)”. La scelta del canale non è casuale: Teams è percepito come un ambiente aziendale “fidato” rispetto alla posta elettronica, il che abbassa ulteriormente la soglia di sospetto della vittima nel momento cruciale.

Fase 2: Quick Assist come porta d’accesso hands-onIl finto tecnico guida la vittima a lanciare Quick Assist, lo strumento di assistenza remota integrato in Windows, dando agli attaccanti accesso interattivo alla macchina. Da quel momento sono loro a dirigere l’infezione: portano la vittima su un sito di phishing ospitato su Amazon S3 e progettato per imitare una pagina Office 365. La pagina utilizza i primi due pulsanti per far scaricare alla vittima AutoHotkey e uno script stager, mentre un modulo di login raccoglie in chiaro la password Office 365 non appena viene premuto “invio”. Un dettaglio curioso della catena: lo script analizza persino gli appunti (clipboard) della vittima con un’espressione regolare, alla ricerca di un codice di riferimento fornito verbalmente durante la finta sessione di supporto — un ulteriore livello di “autenticazione sociale” della truffa.

Edgecution: un’estensione Edge che rompe il sandbox del browserIl payload finale, Edgecution, combina un’estensione malevola per Microsoft Edge con un native messaging host in Python. È proprio questa combinazione a permettere all’estensione — normalmente confinata alla sandbox del browser — di comunicare con un processo nativo sul sistema operativo e, di fatto, evadere i limiti imposti dal browser stesso. Una volta installata, Edgecution è in grado di monitorare in tempo reale i siti web visitati dalla vittima, catturare le credenziali Office 365 inserite, scrivere file arbitrari sul disco, enumerare i processi in esecuzione ed eseguire comandi shell, Python o PowerShell a piacimento — di fatto un accesso remoto completo mascherato da componente del browser.

Lo stager scaricato dal sito S3 arriva come archivio ZIP protetto da password, estratto tramite tar.exe in una sottocartella nascosta dentro %LOCALAPPDATA%\Microsoft\Edge\User Data. Tutte le stringhe presenti nello stager e nel native messaging host sono offuscate con XOR e decodificate solo a runtime, un accorgimento pensato per rallentare l’analisi statica. Per la persistenza, il malware scrive voci di registro sotto la chiave NativeMessagingHosts di Microsoft Edge e crea — eseguendolo immediatamente — un’attività pianificata configurata per rilanciare Edge con l’estensione caricata a ogni accesso.

Un IAB al servizio del ransomwareIl quadro attributivo colloca UNC6692 non come gruppo ransomware in sé, ma come specialista dell’accesso iniziale che poi rivende o passa il testimone a operazioni di estorsione più ampie, in particolare Payouts King. È un modello di business ormai consolidato nell’ecosistema del cybercrime: separare chi entra da chi cifra e negozia il riscatto permette a entrambe le parti di specializzarsi e di essere più difficili da tracciare come un’unica organizzazione. Vista in quest’ottica, la sofisticazione dell’ingegneria sociale di UNC6692 — pretesto costruito ad arte, canale Teams “aziendale”, Quick Assist, verifica via clipboard — non è fine a se stessa: è l’investimento necessario per garantirsi l’accesso di alta qualità che un cliente ransomware è disposto a pagare.

Due righe per i difensoriPer i team blue team, la catena UNC6692 offre diversi punti di intercettazione prima che si arrivi a Edgecution. Il primo è comportamentale: un’ondata improvvisa di iscrizioni a newsletter verso una singola casella dovrebbe generare un alert automatico, così come un contatto Teams esterno o appena creato che si presenta come “IT Support” — Microsoft Teams consente di etichettare gli account esterni, e questa etichetta va monitorata, non ignorata dagli utenti. Il secondo punto di controllo è tecnico: le policy aziendali dovrebbero limitare l’uso di Quick Assist ai soli casi avviati dall’help desk interno tramite ticket, bloccandolo o quantomeno alertando su ogni sessione avviata da un utente su richiesta esterna. Sul fronte endpoint, vale la pena monitorare la creazione di voci sotto HKLM\SOFTWARE\Microsoft\Edge\NativeMessagingHosts e la creazione di scheduled task che rilanciano msedge.exe con parametri di estensione custom, oltre a restringere via policy quali estensioni Edge possono essere installate al di fuori dello store ufficiale.

Va sottolineato che, secondo eSentire, l’archivio ZIP di Edgecution viene ricostruito da byte “spogliati” dell’header standard, un dettaglio che rende la sua individuazione tramite semplice controllo di firma file inefficace: servono euristiche comportamentali o EDR capaci di ispezionare i native messaging host registrati, non solo le estensioni installate nel browser.

Indicatori di compromissione[Infrastruttura C2 Edgecution - domini CloudFront]
d385m5skczp5q5.cloudfront[.]net
d7xpwoah6gdv2.cloudfront[.]net
(+ 5 domini CloudFront aggiuntivi identificati da eSentire TRU)
[URL di delivery phishing/payload - Amazon S3]
hxxps://app7040.s3.us-east-1.amazonaws[.]com/patch.html
hxxps://app5805.s3.us-east-1.amazonaws[.]com/js/patch3265343.a
(+ 3 URL aggiuntivi identificati da eSentire TRU)
[Hash SHA-256 - artefatti sito phishing e payload]
232bca658c585627830623fcdce56647dc291666b25c901ee56212681198067a
e88c196a86c74ea0e53dfe77c93f577cb441ee590756cf7f3284522a2d6a6be5
da1cf68c9dc1cebcebf8ec7d1cf99ac9c0291db7b21bf279b9cad24c7a49948c
[Comandi osservati in fase di deployment]
tar.exe -xf ".zip" -C "%LOCALAPPDATA%\Microsoft\Edge\User Data\test1" --passphrase ""
cmd.exe /c python --version 2>&1
cmd /c start /min ... & del
[Account Microsoft Teams usati per l'impersonificazione IT]
Identità display: "IT Support | Corporate IT Service (Internal)"
(indirizzi email specifici omessi dalla fonte originale)
[Persistenza]
Chiave di registro: HKLM\SOFTWARE\Microsoft\Edge\NativeMessagingHosts
Meccanismo: Scheduled Task creato ed eseguito immediatamente per rilanciare Microsoft Edge con l'estensione caricataFonti: eSentire Threat Response Unit (TRU), Google Cloud Threat Intelligence/Mandiant, The Hacker News, BleepingComputer.

#infosec #backdoor #ransomware #cyberpedia #initialaccessbroker #microsoftteams #phishing #socialengineering

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Funky Mantis: la gang ransomware DevMan si dota di un CRM per gestire estorsioni contro ospedali e fabbriche

C’è un momento in cui un’operazione di ransomware smette di essere un pugno di script e diventa un’azienda vera e propria, con reparti, scadenze e un

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C’è un momento in cui un’operazione di ransomware smette di essere un pugno di script e diventa un’azienda vera e propria, con reparti, scadenze e un pannello di controllo. Per il gruppo Funky Mantis, noto anche come DevMan, quel momento è arrivato tra la fine del 2025 e il gennaio 2026, quando la sua infrastruttura di attacco si è trasformata in una piattaforma centralizzata capace di gestire più operazioni contemporaneamente, con tanto di CRM interno per tracciare vittime, curatori e pagamenti attesi. A ricostruirlo sono stati gli analisti di Catalyst/Prodaft, che hanno esaminato due versioni del pannello web del gruppo e trovato indizi che l’infrastruttura sia stata usata in almeno un attacco reale.

Da toolkit a piattaforma “as-a-service”Funky Mantis opera secondo il modello ormai classico del ransomware-as-a-service: gli amministratori mantengono un’infrastruttura chiusa a cui gli affiliati accedono per ottenere accesso a reti già compromesse, generare versioni del malware, negoziare con le vittime e monitorare i pagamenti. Quello che distingue questa gang è la maturità del tooling gestionale. La prima versione del pannello, osservata a fine 2025, offriva già funzioni per creare varianti del malware, una sezione finanziaria, una chat diretta con le vittime e supporto tecnico per gli affiliati in difficoltà.

A gennaio 2026 è comparsa una seconda versione, con un sistema di contabilità molto più sofisticato: gli operatori possono creare team, assegnare partecipanti a specifici bersagli, tracciare lo stato di ogni attacco, le scadenze di pagamento e l’incasso atteso per ciascuna vittima. È, di fatto, un CRM per l’estorsione, che permette di coordinare più campagne parallele da un’unica cabina di regia — la stessa logica organizzativa di una software house legittima, applicata alla gestione degli attacchi ransomware su scala.

Cosa rivelano le chat interneI ricercatori hanno avuto accesso a messaggi privati scambiati tra i partecipanti al programma, che mostrano l’organizzazione interna del gruppo: gli amministratori distribuiscono l’accesso a reti compromesse in diversi paesi, assegnano “curatori” (curator) che supervisionano gli affiliati e impongono scadenze strette, spesso di pochi giorni, per portare a termine l’attacco. Nelle conversazioni ricorrono riferimenti a organizzazioni del settore sanitario, infrastrutture critiche, ambito commerciale ed enti governativi. È interessante notare che, in alcuni casi, gli affiliati si limitano a dichiarare un attacco riuscito senza che i ricercatori abbiano potuto confermarne l’effettivo esito — un promemoria che, nell’ecosistema RaaS, la vanteria fa parte del modello di business quanto il cifrario stesso.

Il cifrario: ChaCha20-Poly1305 e la caccia ai sistemi medicaliSul piano tecnico, gli analisti hanno esaminato la variante Windows del cifrario. Il programma verifica i privilegi di amministratore, tenta di disattivare le protezioni native di Windows, arresta servizi specifici, elimina le shadow copy di sistema per impedire il ripristino, enumera le risorse di rete raggiungibili e cifra i file sia sui dischi locali sia sugli storage connessi. Al termine dell’esecuzione rilascia una nota di riscatto e, in alcune configurazioni, può autoeliminare il proprio eseguibile per ostacolare l’analisi forense successiva.

La cifratura utilizza l’algoritmo ChaCha20-Poly1305 e aggiunge ai file colpiti l’estensione .devman21 — dettaglio che conferma il legame con l’alias DevMan con cui il gruppo è tracciato in altre fonti. Il malware è chiaramente orientato all’ambiente corporate: tra i bersagli figurano documenti, database, backup, macchine virtuali, codice sorgente e, soprattutto, file collegati a sistemi medicali. Gli operatori promuovono separatamente attacchi contro infrastrutture critiche e offrono funzionalità dedicate per colpire sistemi di controllo industriale, segnalando un’ambizione che va oltre la crittografia opportunistica di file server aziendali.

Un punto resta però non confermato: se il gruppo eserciti davvero double extortion con esfiltrazione dei dati. Il servizio pubblicizza questa capacità nei materiali promozionali rivolti agli affiliati, ma gli analisti non hanno trovato né strumenti di exfiltration né tracce concrete di trasferimento file verso l’esterno. È possibile che si tratti, almeno in parte, di una promessa commerciale non ancora del tutto implementata — un dettaglio che i difensori non dovrebbero comunque dare per scontato in fase di risposta all’incidente.

Come rilevarlo: TTP invece di hashIl consiglio più utile che arriva dalla ricerca di Catalyst Prodaft riguarda l’approccio alla detection. Data la velocità con cui varianti e hash del cifrario possono cambiare tra un affiliato e l’altro, gli analisti raccomandano di non basare il rilevamento su file isolati o firme statiche, ma sulla sequenza di azioni tipica di un attacco in preparazione. Tra gli indicatori comportamentali da monitorare: accessi remoti anomali, uso successivo di account con privilegi elevati, attività insolita su condivisioni SMB, modifiche alle Group Policy, disattivazione di meccanismi di protezione endpoint e cancellazione di meccanismi di recupero come le shadow copy. Questo approccio “TTP-first” consente di intercettare la fase di preparazione dell’attacco prima ancora che il cifrario venga effettivamente distribuito, quando le opzioni di risposta sono ancora molte.

Per i team di sicurezza che operano in ambito sanitario o industriale, il caso Funky Mantis è un altro segnale che il ransomware-as-a-service sta convergendo verso modelli operativi sempre più simili a normali strumenti SaaS di project management — il che, paradossalmente, li rende anche più prevedibili da un punto di vista comportamentale, se si sa dove guardare.

Indicatori di compromissioneGruppo: Funky Mantis (alias DevMan)
Modello: Ransomware-as-a-Service (RaaS) con pannello CRM per affiliati

Estensione file cifrati: .devman21
Algoritmo di cifratura: ChaCha20-Poly1305

Comportamenti osservati (Windows):

  • Verifica privilegi amministrativi
  • Tentativo di disattivazione delle protezioni Windows native
  • Arresto di servizi specifici prima della cifratura
  • Cancellazione delle shadow copy di sistema (inibizione del recovery)
  • Enumerazione risorse di rete/condivisioni SMB
  • Cifratura di dischi locali e storage connessi
  • Possibile autoeliminazione del binario a fine esecuzione

Settori target: sanità (sistemi medicali), infrastrutture critiche/ICS,
ambito commerciale, enti governativi

Indicatori comportamentali da monitorare (TTP-first, non solo hash):

  • Accesso remoto anomalo seguito da uso di account privilegiati
  • Attività insolita su SMB / enumerazione di condivisioni di rete
  • Modifiche alle Group Policy
  • Disattivazione di strumenti di protezione endpoint
  • Cancellazione di shadow copy o altri meccanismi di recupero dati

Fonte primaria: Catalyst Prodaft, "Funky Mantis platform: coordination and locker analysis"

#infosec #cybercrime #ransomware #darkweb

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Cl0p sfrutta una falla critica in PTC Windchill e FlexPLM: webshell ed estorsioni nella supply chain del manufacturing

Cl0p torna a colpire dove sa fare più male: non un endpoint qualsiasi, ma il software che tiene insieme la catena di progettazione e produzione di cen

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Cl0p torna a colpire dove sa fare più male: non un endpoint qualsiasi, ma il software che tiene insieme la catena di progettazione e produzione di centinaia di aziende manifatturiere, automotive, aerospaziali e di abbigliamento. La gang, la stessa che ha reso celebri gli attacchi di massa contro MOVEit, GoAnywhere MFT e Accellion FTA, sta ora sfruttando una falla critica in PTC Windchill e FlexPLM per ottenere accesso non autenticato, installare webshell e avviare campagne di estorsione su scala industriale.

Un bersaglio scelto con cura: il PLM come infrastruttura critica invisibileWindchill è la piattaforma di Product Lifecycle Management (PLM) di PTC usata da produttori e ingegneri per gestire distinte base, disegni CAD, cicli di revisione e conformità normativa. FlexPLM è la sua controparte pensata per retail, abbigliamento, calzature e beni di consumo. Sono, in sostanza, il “sistema nervoso” della progettazione di prodotto: chi compromette Windchill non ruba solo dati, ottiene la proprietà intellettuale che tiene in piedi intere linee produttive, spesso condivise con fornitori e terze parti a valle della catena. È esattamente il tipo di software “orizzontale ma invisibile” che Cl0p ha sempre preferito, sul modello già visto con MOVEit nel 2023: individuare una falla in un prodotto enterprise diffuso, sfruttarla in massa prima che le patch si diffondano, poi monetizzare i dati sottratti con estorsioni multiple.

La falla: CVE-2026-12569, CVSS 9.3La vulnerabilità alla base della campagna è un caso di improper input validation legato alla deserializzazione di dati non attendibili in Windchill, che consente a un attaccante remoto e non autenticato di eseguire codice arbitrario con una singola richiesta malformata. Secondo l’advisory diffusa da ricercatori di threat intelligence (ecrime.ch) e ripresa dagli analisti, l’affiliato Cl0p osservato in queste settimane concatena due debolezze distinte: una falla di information disclosure nel WSDL di FlexPLM, che permette di mappare gli endpoint e raccogliere informazioni utili sull’istanza target, e una vulnerabilità nel servlet di login di Windchill, che consente di bypassare l’autenticazione e ottenere RCE. Il risultato è una catena di exploit pienamente “unauthenticated to RCE”, il tipo di primitiva che i gruppi ransomware più organizzati amano weaponizzare in pochi giorni.

PTC ha comunicato la vulnerabilità il 17 giugno 2026, rilasciando le prime patch il giorno successivo dopo aver confermato exploitation attiva in the wild. CISA ha inserito CVE-2026-12569 nel proprio Known Exploited Vulnerabilities (KEV) catalog il 25 giugno, imponendo alle agenzie federali statunitensi la remediation entro il 28 giugno: è la prima vulnerabilità di un prodotto PTC ad entrare nel KEV. In Germania, il BSI e la polizia federale (BKA) hanno avvisato direttamente le aziende esposte già dalla notte del 17 giugno, un déjà-vu rispetto a un’altra vulnerabilità RCE nelle stesse piattaforme (CVE-2026-4681) divulgata a marzo 2026.

Dalla falla alla webshell: la firma operativa dell’attaccoUna volta ottenuta l’esecuzione di codice, gli operatori osservati droppano webshell JSP persistenti seguendo uno schema di naming riconoscibile: file con nome esadecimale a 16 caratteri collocati sotto il percorso di login di Windchill. Da lì gestiscono comandi da remoto, effettuano attività di file-listing (lasciando spesso una traccia in un file temporaneo) ed esfiltrano dati prima di passare alla fase di estorsione, con email inviate direttamente alle organizzazioni colpite nei settori Manufacturing, Automotive, Aerospace e Retail/Apparel. Non risultano, al momento, evidenze pubbliche di deployment di ransomware “classico” con cifratura dei file: lo schema resta quello, tipico di Cl0p dal 2023 in poi, di furto massivo di dati seguito da doppia estorsione senza necessariamente criptare gli ambienti compromessi.

Due righe per i difensori: rischio supply chain, non solo perimetraleIl vero elemento di rischio geopolitico e industriale qui non è la singola azienda compromessa, ma l’effetto a cascata: Windchill e FlexPLM sono spesso condivisi con OEM, fornitori Tier 1 e partner di co-design. Un accesso non autorizzato ai repository PLM significa potenziale esposizione di disegni tecnici, specifiche di materiali, cicli di produzione e roadmap di prodotto — informazioni che hanno valore sia per la criminalità organizzata in cerca di leva estorsiva, sia, in scenari più sensibili (difesa, aerospazio), per attori interessati allo spionaggio industriale. È lo stesso pattern di rischio già visto con gli attacchi a piattaforme di file transfer enterprise: la superficie non è l’endpoint dell’utente, ma il software B2B che nessuno vede ma su cui si regge la produzione.

Applicare immediatamente le patch PTC per Windchill e FlexPLM (rilasciate dal 18 giugno 2026) su tutte le versioni supportate.

Verificare la presenza di webshell nel percorso /Windchill/login/ con nomi esadecimali a 16 caratteri.

Analizzare i log HTTP per richieste POST anomale verso gli endpoint di login e per l’header X-windchill-req.

Bloccare al perimetro gli indirizzi IP noti come infrastruttura di comando e controllo.

Limitare l’esposizione diretta a Internet dell’endpoint di login Windchill dove operativamente possibile, instradando l’accesso tramite VPN o gateway con MFA.

Effettuare un controllo retrospettivo dei log di accesso per individuare eventuali esfiltrazioni avvenute prima della patch.

Indicatori di compromissione# Indirizzi IP associati all'infrastruttura d'attacco
172.111.38.31
216.152.148.54
104.243.35.131
74.50.76.146
5.180.41.35 # C2 - bloccare immediatamente al perimetro

Pattern webshell

/Windchill/login/[0-9a-f]{16}.jsp

Hash file webshell (SHA-256)

55a1eb4c2d3da04376df39d7ba832569c6af1a37a0cf2b95f754ac898023a30c

Marcatore di attivita di file-listing dell'attaccante

/tmp/flst.txt (o nella working directory di Windchill)

Header HTTP sospetto usato dagli operatori

X-windchill-req: *
Per i team di sicurezza che gestiscono ambienti PLM esposti, il messaggio è chiaro: la finestra tra disclosure pubblica e weaponization da parte di gruppi come Cl0p si è ormai ridotta a giorni, non settimane. Chi non ha ancora patchato Windchill o FlexPLM dovrebbe considerare l’ambiente potenzialmente già compromesso e agire di conseguenza, con hunting retroattivo prima ancora del solo deployment della patch.

#infosec #cybercrime #backdoor #ransomware #cl0p #supplychain

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