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Let’s Encrypt: dal 2027 i certificati passano da 90 a 64 giorni (e poi a 45 nel 2028)

Il 10 febbraio 2027 Let’s Encrypt cambierà la durata predefinita dei certificati TLS da 90 a 64 giorni. Non è un capriccio: è il passo successivo di u

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Il 10 febbraio 2027 Let’s Encrypt cambierà la durata predefinita dei certificati TLS da 90 a 64 giorni. Non è un capriccio: è il passo successivo di una roadmap annunciata da tempo, che punta a portare la validità dei certificati pubblici fino a 45 giorni nel 2028, in linea con i nuovi requisiti del CA/#Browser Forum che vincolano ormai tutte le Certification Authority pubbliche. Per chi gestisce infrastrutture , VPN, API gateway o semplicemente un parco server con certificati emessi da Let’s Encrypt, il cambiamento tocca in pieno l’automazione del rinnovo: gli script con intervalli “hardcoded” di 60 o 80 giorni, ancora comuni in molti ambienti, smetteranno di funzionare correttamente.

Il calendario del cambiamentoLet’s Encrypt ha pubblicato un calendario preciso, con un periodo di test prima di ogni passaggio in produzione:

13 maggio 2026 — il profilo ACME tlsserver passa già a certificati da 45 giorni, in modalità opt-in per chi vuole anticipare i tempi.

14 ottobre 2026 — i certificati da 64 giorni iniziano a essere emessi nell’ambiente di staging, per permettere ai gestori di infrastrutture di testare l’impatto prima del rilascio in produzione.

10 febbraio 2027 — il profilo predefinito classic passa a 64 giorni di validità, con un periodo di riutilizzo ’autorizzazione (authorization reuse) ridotto da 30 a 10 giorni.

11 maggio 2027 — data prevista in cui l’ultimo certificato da 90 giorni emesso prima del cambio scadrà naturalmente.

16 febbraio 2028 — il profilo classic passa a 45 giorni, con riutilizzo dell’autorizzazione ridotto a sole 7 ore.

2029 — ulteriore riduzione dei periodi massimi di riutilizzo della validazione.

I certificati già emessi mantengono la loro scadenza originale: il cambiamento si applica solo alle nuove emissioni e ai rinnovi effettuati dopo ciascuna data. Rate limit, endpoint ACME e catene di emissione restano invariati.

Perché Let’s Encrypt accorcia la validitàLa motivazione dichiarata è ridurre la finestra di esposizione in caso di compromissione della chiave privata o di mis-issuance, e rendere più efficienti i meccanismi di revoca. Con certificati che vivono poche settimane, un certificato compromesso o emesso per errore ha un impatto temporale molto più limitato rispetto a uno valido novanta giorni — anche quando la revoca esplicita è lenta o non avviene affatto, perché il certificato scade comunque in fretta. È la stessa logica da anni dietro il progressivo accorciamento dei certificati nel settore: dai 3 anni di un tempo, ai 2, a 1, fino ai 90 giorni introdotti da Let’s Encrypt stessa nel 2015 come standard de facto del web pubblico.

Il profilo giusto per ogni esigenzaLet’s Encrypt offre oggi tre profili selezionabili lato client ACME:

classic — il profilo predefinito, oggetto del cambiamento: 90 giorni oggi, 64 da febbraio 2027, 45 dal 2028.

tlsserver — già a 45 giorni dal maggio 2026, pensato per chi vuole adottare in anticipo le validità più brevi.

shortlived — certificati da appena 6 giorni, per scenari ad altissima automazione dove la rotazione continua è parte integrante del modello di sicurezza (ad esempio ambienti -native con emissione automatizzata a ogni deploy).

Il profilo si imposta nella configurazione del client ACME (certbot, acme.sh, , win-acme e simili supportano o stanno aggiungendo il parametro), non lato o lato server web.

ARI: lasciate che sia Let’s Encrypt a dirvi quando rinnovareIl meccanismo chiave per affrontare senza stress l’accorciamento della validità è ARI (ACME Renewal Information): un’estensione del protocollo ACME con cui Let’s Encrypt comunica direttamente al client la finestra ottimale di rinnovo per ogni singolo certificato, invece di lasciare che sia lo script a calcolarla con una soglia fissa. I client che implementano ARI (certbot dalla versione 2.9, e la maggior parte dei client moderni) non richiedono alcuna modifica: continueranno a rinnovare al momento giusto anche quando la validità scenderà a 64 e poi a 45 giorni. Vale comunque la pena verificare nella documentazione del proprio client che il supporto ARI sia effettivamente abilitato, non solo disponibile.

Checklist operativa per prepararsiPer chi gestisce certificati Let’s Encrypt in produzione, questi sono i passaggi concreti da affrontare prima di febbraio 2027:

Verificare il supporto ARI del proprio client ACME (certbot, acme.sh, Caddy, Traefik, cert-manager su , ecc.) e assicurarsi che sia attivo.

Testare in staging a partire dal 14 ottobre 2026, puntando il client all’ambiente di staging di Let’s Encrypt per verificare che il rinnovo a 64 giorni funzioni correttamente nella propria pipeline.

Cercare valori hardcoded in cron job, wrapper script e runbook: soglie fisse come 83, 80 o 60 giorni vanno sostituite con la logica “rinnova a due terzi della validità” (per un certificato da 64 giorni, circa al giorno 43, con un margine di circa 21 giorni) oppure, meglio ancora, delegate ad ARI.

Automatizzare reload e deploy del certificato rinnovato: con rinnovi più frequenti, un passaggio manuale dimenticato diventa un problema molto più probabile.

Aggiungere alerting sui fallimenti di rinnovo, non solo sulla scadenza imminente: con cicli di 64 o 45 giorni, un fallimento silenzioso lascia meno tempo di reazione.

Uno sguardo oltre il 2027: DNS-PERSIST-01Parallelamente alla riduzione delle validità, è in fase di standardizzazione presso CA/Browser Forum e IETF un nuovo metodo di validazione chiamato DNS-PERSIST-01, atteso nel 2026. L’idea è che il record TXT usato per la validazione del dominio non debba essere aggiornato a ogni rinnovo: lo si imposta una sola volta, riducendo la dipendenza dall’automazione DNS e dal riutilizzo dell’autorizzazione che, come visto, si sta progressivamente accorciando. È un tassello pensato proprio per rendere sostenibili rinnovi sempre più frequenti anche per chi la validazione DNS-01 in ambienti con DNS gestito manualmente o con permessi ristretti.

ConclusioneIl passaggio da 90 a 64 giorni non è un’emergenza da gestire in extremis, ma nemmeno un dettaglio da ignorare: chi ha automatizzato correttamente il rinnovo con un client ACME moderno e supporto ARI probabilmente non dovrà toccare nulla. Chi invece ha script scritti anni fa con soglie fisse, o processi di rinnovo semi-manuali, ha una finestra di oltre un anno — da oggi a febbraio 2027 — per testare in staging, ripulire l’automazione e abilitare l’alerting. Vista la direzione dichiarata verso i 45 giorni nel 2028 e oltre, è un lavoro che conviene comunque fare ora: i cicli di vita dei certificati pubblici continueranno ad accorciarsi.

Fonte: Let’s Encrypt – 64-day certs e ISRG – From 90 to 45.

#sicurezza #howto #tutorial #tlsssl #letsencrypt

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Certificati veri per domini falsi: l’hijack di tre ccTLD che ha permesso di impersonare Google e YouTube

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Per qualche giorno, a fine settembre 2026, è stato possibile ottenere un certificato HTTPS perfettamente valido per .com

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Per qualche giorno, a fine settembre 2026, è stato possibile ottenere un certificato HTTPS perfettamente valido per .com e .com senza mai aver violato un solo server di Google. Bastava impossessarsi del registro sbagliato: quello di un piccolo ccTLD nazionale. È la dimostrazione plastica di un rischio che gli esperti di PKI denunciano da anni, ma che raramente si materializza con un bersaglio così visibile: la del web non dipende solo da quanto è solida la tua infrastruttura, ma anche da quella del più debole dei domini che condividono la stessa catena di fiducia .

Tre registri nazionali, un’unica tecnicaIl 6 ottobre 2026 il Secure Web and Networking Team ha pubblicato un resoconto in cui conferma di aver rilevato, nella settimana precedente, il compromesso di tre registri di domini di primo livello nazionali: .gh (Ghana), .sl (Sierra Leone) e .as (Samoa Americane). Google è stata chiara su un punto: “gli aggressori hanno compromesso i ccTLD di terze parti”, non l’infrastruttura di Google. Il problema è che un ccTLD compromesso espone chiunque possieda un dominio sotto quel suffisso, inclusi marchi globali che di quei territori non hanno nulla a che fare se non una registrazione difensiva o regionale.

Il meccanismo è concettualmente semplice e per questo pericoloso. Chi controlla i record DNS autoritativi di un dominio può superare qualsiasi procedura di domain control validation (DCV): le autorità di certificazione, per verificare che il richiedente sia il legittimo proprietario, chiedono tipicamente di pubblicare un record TXT con un valore casuale, oppure verificano la risposta su un percorso HTTP del dominio. Chi ha già in mano il DNS supera questi controlli senza sforzo, perché è lui stesso a decidere cosa rispondere. Una volta superata la DCV, la richiesta di un certificato di dominio validato (DV) a una CA pubblica è una formalità automatizzata, ed è esattamente qui che il sistema, pur funzionando esattamente come progettato, produce un risultato disastroso.

Cosa raccontano i log di Certificate TransparencyA ricostruire la cronologia sono stati i log pubblici di Certificate Transparency (CT), obbligatori per ogni certificato pubblico dal 2018 e proprio per questo diventati lo strumento principale di rilevamento di come questo. The News, incrociando i dati con servizi come ctlogs.dev e Spotter, ha trovato che fino al 10 settembre le uniche emissioni legittime per i domini coinvolti erano quelle di Google Trust Services. Poi la sequenza si è rotta: il 22 settembre compaiono i primi certificati fraudolenti per il ccTLD .gh, il 25 settembre per .sl, il 27 settembre per .as. In tutto sono stati individuati 12 certificati per 7 nomi di dominio diversi, tutti di tipo DV: due per google.com.gh e youtube.com.gh, sei per il ccTLD .sl (google.sl, google.com.sl, youtube.sl) e quattro per .as (google.as, youtube.as). Undici sono stati emessi da Let’s Encrypt, uno da ZeroSSL.

Matthew McPherrin, rappresentante di Let’s Encrypt, ha confermato pubblicamente sul forum della CA: “sì, sono stati emessi certificati per Google e YouTube, e sono stati revocati”. Google, da parte sua, non attribuisce colpe alle autorità di certificazione coinvolte: nessuna delle due ha sbagliato alcunché, hanno semplicemente verificato un controllo DNS che, in quel momento, era davvero nelle mani sbagliate. I due certificati .gh e quello ZeroSSL sono stati revocati già il 26 settembre; i rimanenti nove certificati Let’s Encrypt sono stati revocati il 1° ottobre, quindi con un certo ritardo rispetto alla prima emissione fraudolenta.

Perché un certificato “vero” è più pericoloso di uno falsoUn certificato emesso legittimamente da una CA pubblica, anche se ottenuto con l’inganno, non genera alcun avviso nel browser: il lucchetto resta verde, la connessione risulta cifrata. Combinando il controllo del DNS con un certificato HTTPS valido per lo stesso dominio, un attaccante può costruire una pagina di phishing indistinguibile dall’originale o posizionarsi come man-in-the-middle su traffico che l’utente crede protetto end-to-end. Google ammette i limiti della propria visibilità: “non possiamo garantire che la nostra analisi abbia individuato tutti i domini coinvolti”, e conferma che sono stati compromessi certificati anche per “diversi marchi globali di primo piano e servizi online molto diffusi”, senza nominarli.

La risposta: CRLSet, revoche e un limite dichiaratoLa prima mitigazione è arrivata lato Chrome: Google ha bloccato l’utilizzo dei certificati fraudolenti per i propri domini tramite CRLSets, il meccanismo di revoca distribuito via aggiornamenti del browser che non richiede di contattare in tempo reale l’infrastruttura OCSP delle CA. In parallelo ha ottenuto dalle CA emittenti la revoca formale, estendendo la protezione anche a chi non usa Chrome. L’analisi dei log CT ha poi fatto emergere altre organizzazioni colpite, per cui Chrome ha aggiunto proattivamente ulteriori certificati alla blocklist, avvisando dove possibile i diretti interessati.

Ma lo stesso post di Google contiene un avvertimento che vale la pena leggere per intero, perché ribalta la narrazione rassicurante del “gli utenti Chrome non devono fare nulla”: “l’intervento lato browser non dovrebbe essere la misura su cui fare affidamento per proteggere i propri utenti”. In altre parole, chi possiede domini non può delegare la propria sicurezza TLS al fatto che Google se ne accorga e blocchi i certificati incriminati: la finestra di esposizione, prima che qualcuno individui l’abuso nei log CT, resta comunque aperta.

Cosa possono fare davvero i proprietari di dominiMonitorare in modo continuativo i log di Certificate Transparency per l’intero portafoglio di domini posseduti, inclusi quelli parcheggiati, regionali o acquisiti a scopo puramente difensivo: sono proprio i domini meno sorvegliati quelli più comodi da sfruttare.

Pubblicare record CAA (RFC 8659) che limitino esplicitamente quali CA possono emettere per il proprio dominio, vincolandoli dove possibile al proprio account tramite CAA Account URI binding (RFC 8657): questo impedisce che un attaccante, dopo aver perso il controllo del DNS, riutilizzi una validazione già in cache per emettere nuovi certificati. Il CAA non blocca l’emissione durante un hijack attivo, ma diventa decisivo subito dopo il ripristino del controllo legittimo.

In caso di certificato non richiesto scoperto nei log CT, inviare un Certificate Problem Report alla CA emittente: i Baseline Requirements del CA/Browser Forum impongono di indagare e dare una prima risposta entro 24 ore.

Ricordare che oggi una validazione di dominio può essere riutilizzata fino a 200 giorni (in calo a 100 da marzo 2027 e a 10 da marzo 2029): più lunga la finestra, più a lungo un hijack temporaneo del DNS può tradursi in emissioni fraudolente anche dopo la risoluzione del problema.

Resta sullo sfondo la domanda più scomoda, quella a cui né Google né le CA coinvolte hanno ancora risposto pubblicamente: come sono stati compromessi i tre registri ccTLD, chi c’è dietro e quanti altri domini, oltre ai sette individuati nei log CT, abbiano avuto certificati fraudolenti emessi a loro insaputa. Finché quella domanda resta aperta, ogni organizzazione che possiede proprietà digitali sotto un ccTLD gestito da un operatore terzo dovrebbe considerare il proprio DNS, non solo i propri server, come parte della superficie di attacco da sorvegliare.

Cronologia essenziale10 set 2026 - Ultima data nei log CT con sole emissioni legittime (Google Trust Services)
22 set 2026 - Primi certificati fraudolenti per il ccTLD .gh (Ghana)
25 set 2026 - Primi certificati fraudolenti per il ccTLD .sl (Sierra Leone)
26 set 2026 - Revocati i 2 certificati .gh e il certificato ZeroSSL
27 set 2026 - Primi certificati fraudolenti per il ccTLD .as (Samoa Americane)
1 ott 2026 - Revocati i restanti 9 certificati Let's Encrypt
6 ott 2026 - Google pubblica "Chrome's response to recent ccTLD registry hijacks"
7 ott 2026 - The Hacker News verifica indipendentemente i certificati via ctlogs.dev e Cert Spotter

Domini coinvolti (certificati DV, poi tutti revocati):
google.com.gh, youtube.com.gh
google.sl, google.com.sl, youtube.sl
google.as, youtube.as

CA emittenti: Let's Encrypt (11 certificati), ZeroSSL (1 certificato)
Fonti: Google (blog.google/security/chromes-response-to-recent-cctld-registry-hijacks), The Hacker News, BleepingComputer, Infosecurity Magazine.

#google #infosec #dns #certificatetransparency #cctldhijack #letsencrypt

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